15/09/14

Chi ancora non ha visto La Grande Bellezza?


Partivo prevenuto e molto scettico riguardo ad una pellicola amata oltreoceano e bistrattata da troppi in Italia, uno tra i più potenti fenomeni mediatici del 2013.
Sin dai primi minuti di visione Sorrentino ci mette davanti ad un bivio: se ti va di osservare la bassezza e sciatteria dei costumi della Roma “bene” accomodati e abbi un po’ di pazienza, altrimenti premi il pulsante stop, fai un bel respiro e dedicati ad altro. Zero rancori.

Vedere la terza età che si scatena in disco e aspira cocaina e alcol come fossero noccioline fa senso, non lo metto in dubbio, ma è conseguenza di quel mondo vacuo e autosputtanante che è lo showbusiness. Secondo voi i vari presentatori, attori, calciatori, veline, politicanti etc. hanno altri modi per “divertirsi” e sentirsi VIP a tutti i costi? Io ne dubito.


Oltrepassato il primo scoglio entriamo nel fragile universo di Jep Gambardella, giornalista e scrittore di un romanzo cult di quarant'anni prima, interpretato da un Toni Servillo in stato di grazia. Jep è complesso, ha delle regole tutte sue, come si evince da questo monologo: “Quando sono arrivato a Roma, a 26 anni, sono precipitato abbastanza presto, quasi senza rendermene conto, in quello che potrebbe essere definito il vortice della mondanità. Ma Io non volevo essere semplicemente un mondano. Volevo diventare il re dei mondani. Io non volevo solo partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle fallire”.
Diviso tra emozioni passate e mai dimenticate ed un presente scialbo e superficiale, Jep è un vero e proprio filo conduttore tra tutta la “fauna” del film, un mattatore che ruba la scena e che regala momenti attoriali davvero sublimi.
Roma, inoltre, fa da sfondo a delusioni e falsi miti e assiste immobile ad un processo inesorabile, figlio di decenni votati al culto dell’apparire e dell’ostentare.
Chi si lamenta de La Grande Bellezza e lo trova noioso forse fatica a guardare in faccia la realtà o quel che di essa emerge su pellicola. Sorrentino per certi versi si autocompiace dietro la macchina da presa e per altri è impietoso nell’esibire senza vergogna i vizi e i forti limiti di una società incapace di guardare al futuro e ingabbiata in un “qui e ora” privo di sostanza e responsabilità. Oltretutto c’è la consapevolezza che la bellezza esiste, basta saperla osservare senza farsi continuamente distrarre.

E’ giusto ragionare su quanto ci lascia un’opera del genere, una volta ultimata la visione.
Credo sia doveroso non mettere la testa sotto la sabbia ma pensare che probabilmente non è così sbagliato mostrare al mondo un’Italia viziata e viziosa, prigioniera di se stessa.         
Troppo facile la strada del buonismo: Sorrentino decide di avventurarsi in un territorio ostico, andando perfino a farsi beffe di alcune autorità, il Clero in primis.
Ho apprezzato questa scelta, come ho pure apprezzato il cast (ad esempio Verdone e la Ferilli faccio fatica a tollerarli, ma li ho visti come funzionali e molto adatti), la fotografia sontuosa e le avvolgenti musiche che fanno da sfondo all'intera vicenda.
Il mio timore approcciandomi a questo film era forte, ma sono lieto di aver avuto impressioni molto distanti da quanto mi aspettassi. Non entro nel merito del “felliniano o non felliniano”, sta di fatto che ho assistito ad un film che di certo non cambierà la storia d’Italia, ma che ne affresca provocatoriamente alcuni aspetti, senza trascurare una poesia ed una raffinatezza di fondo che palesano le qualità registiche di Sorrentino.


Ora, chi vuole torni pure a guardarsi il Grande Fratello, Masterchef o i Cinepanettoni. A me basta il Cinema, per il resto lascio.   
Non mi reputo un accademico e nemmeno un bugiardo: La Grande Bellezza mi è piaciuto e lo consiglio a quei pochi che ancora non l'hanno visto (agli altri, invece, consiglio di rivederlo).
Voglio concludere questo post con lo splendido monologo finale di Jep Gambardella: “Finisce sempre così. Con la morte. Prima, però, c’è stata la vita, nascosta sotto il bla bla bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo. Bla. Bla. Bla. Bla. Altrove, c’è l’altrove. Io non mi occupo dell’altrove. Dunque, che questo romanzo abbia inizio. In fondo, è solo un trucco. Sì, è solo un trucco.”

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